18-25 Aprile 2026



L’antica Macedonia
Questo territorio è nell’area della Grecia del nord conosciuta solo attraverso alle evidenze dovute alle ricerche archeologiche e che nella storia divenne documentata e famosa solo sotto l’egemonia di Filippo II e del figlio Alessandro Magno.
Nell’età del Bronzo nel II millennio a.C. in questa regione vivevano i Bottei, popolazione di origine incerta, i Frigi o Brigi indoeuropei e tribù dei Traci. È documentata anche una presenza micenea – genti greche del sud – a scopo commerciale.
Nell’età del Ferro, verso X secolo a.C., iniziarono ad arrivare i Macedoni, tribù elleniche nomadi.
L’unificazione politica della regione fra il Monte Olimpo e il fiume Strymòn in epoca storica e la denominazione Macedonia sono da attribuire ai Macedoni stessi. In quest’area si ebbero sviluppi della metallurgia molto precoci dato che i metalli erano una delle risorse più importanti del territorio – oro, argento e ferro.
Poche le fonti storiche contemporanee e poi non va dimenticato che anche al tempo di Filippo II le informazioni a nostra disposizione riguardo la Macedonia provengono da fonti ateniesi, cioè dalla potenza politica avversaria.
I primi grandi scavi archeologica in Macedonia risalgono alla metà del XIX sec. nella località Palatitsia ma gli studi proseguirono alternati a lunghi periodi di inattività fino alla seconda metà del XX sec. dove furono decise campagne di scavo in siti storicamente importanti come Pella e Dion.
Nel V secolo a.C. il territorio macedone, sia geografico sia politico, comprendeva a ovest la regione fra l’Olimpo e il corso superiore del fiume Aliakmon e a est quella fino al fiume Strymòn. Questa regione fu conquistata dai re macedoni nel corso di un lungo periodo di espansione, durato dall’VIII fino all’inizio del V secolo a.C.
Per quanto riguarda le risorse, la Macedonia antica fu una regione molto ricca anche di legnami e corsi d’acqua e presto conobbe una espansione economica, trasformandosi da regno rurale a potenza dominante. Filippo II inoltre intensificò lo sfruttamento delle risorse montane, in particolare nelle regioni conquistate, ottenendo enormi quantità di oro e argento, usate per coniare moneta e finanziare l’espansione militare.
La storia etnica è complessa e caratterizzata da frequenti spostamenti di popolazioni tra Grecia del sud, Tracia, influenze micenea e Anatolica. Le coste Calcidiche offrivano tantissimi punti di sicuro approdo dal mare favorendo gli scambi economici e culturali. Queste popolazioni parlavano un dialetto greco nord-occidentale ma, nel corso dei secoli, conobbero (almeno le élite dominanti) un processo di acculturazione che favorì una sostanziale assimilazione dei modi di vita greci del sud che però nel V e IV secolo a.C. li definivano ancora barbari (barbaro = balbuziente): questo spiega i contrasti politici con Atene e le altre polis greche che non concessero agli atleti macedoni di gareggiare ad Olimpia se non dopo il V sec. a.C.
I Macedoni furono guidati, a partire forse dal VII secolo a.C., da una dinastia regnante, gli Argeadi (v. albero genealogico riportato). La popolazione ebbe un rapido sviluppo demografico (necropoli molto numerose) fin dai tempi del primo re, il mitico Perdicca o dall’altrettanto mitico Arcano di Agros che fondò la capitale Aigai, presso l’odierna Vergina.
A partire dalla fine del VI secolo a.C. e durante le guerre persiane i re macedoni assunsero un ruolo attivo nei fatti politici della Grecia meridionale: i combattenti macedoni erano ottimi soldati e la loro terra era ricca di boschi, legname utile alla flotta ateniese.
L’epoca ( IV sec.a. C.) di Alessandro Magno fu, anche per le città greche, l’inizio di un nuovo periodo, in cui l’autonomia delle città libere lasciò il posto al dominio dei successori di Alessandro con la cui morte prematura si estinse il sogno della Grande Grecia dal Mediterraneo all’India: lotte intestine però continuarono ininterrottamente e facilitarono l’avvento dei Romani e dopo la battaglia di Pydna (168 a.C.) la Macedonia divenne provincia romana con capitale amministrativa Salonicco, che solo al tempo di Augusto fu proclamata “città libera”.
Salonicco
Salonicco è stata scelta dal gruppo di corsisti di Università Aperta come base di appoggio alle escursioni nel territorio circostante guidati dalla docente Daniela Ferrari e da Sandra Zanardi anche perché in posizione centrale presenta diversi siti di interesse storico-archeologico facenti capo ai periodi storici macedoni e successivi data la continuità di frequentazione avuta fino ad oggi.
Il Museo Archeologico offre una serie di sale dedicate al mondo macedone di tutte le epoche storiche. In particolate gli ori e gli oggetti delle tombe monumentali macedoni da varie località del territorio circostante tra le quali si trova il grande cratere proveniente da Derveni con la rappresentazione del mito di Dioniso e Arianna. Prima della fondazione di Salonicco a opera di Cassandro nel 315 a.C., in un’area già abitata da almeno 2500 anni vi erano più di una ventina di villaggi. Una delle più importanti cittadine dell’epoca doveva essere Thermi, citata da molti scrittori già nel VI secolo a.C., la cui identificazione secondo diversi studiosi è ancora da definirsi (alcuni la vorrebbero nello stesso luogo dell’attuale Salonicco).
Per quanto riguarda l’abitato, l’Agorà era costituita da due piazze porticate, comunicanti con scalinate sui lati. Nella terrazza inferiore vi era il portico meridionale (il portico de Las Incantadas); sotto di esso un criptoportico con funzione di muro di contenimento del terrazzamento. A est dell’agorà, l’odèon, datato all’età tetrarchica (286-324 d.C.), ma la sistemazione che vediamo oggi dell’agorà dovrebbe risalire al II-III secolo d.C. già in epoca romana.
Degl’inizi IV secolo d.C. il complesso del Palazzo di Galerio: cosiddetta Rotonda, oggi Aghìos Geòrghios; l’Arco di Galerio (297-305 d.C.) fu eretto per celebrare le vittorie dell’imperatore sui Persiani, in particolare il re sasanide Narsete; si sono visitati i resti del Palazzo lungo via Goùnari e, in piazza Navarìnou, le terme, la basilica, una grande corte a peristilio quadrangolare circondata un largo corridoio con pavimento a mosaico e diversi vani; si può ancora vedere il cosiddetto Ottagono, preceduto da un largo vestibolo a forma ellittica (quello in cui si trovano pilastri di sostegno del palazzo moderno).
Nel Museo Archeologico si possono vedere resti di un imponente tempio ionico datato alla fine VI inizi V sec. a.C., testimone di una Salonicco pre-ellenistica e un plastico con ricostruzione dell’agorà. Sempre nel Museo Archeologico molti oggetti illustrano la storia delle città di Salonicco in quest’epoca, in particolare il piccolo arco proveniente dal Palazzo di Galerio (vicino all’area dell’Ottagono).
Del Periodo Bizantino restano le Fortificazioni, la Torre Bianca, la Chiesa di Aghios Dimìtrios, la chiesa di Aghìa Sophia e la Chiesa di Aghios Geòrghios.




Verghina
Fu l’antica capitale dei Macedoni, con il nome di Aigai; dalla fine V-inizi IV secolo a.C., quando la capitale amministrativa fu spostata a Pella, fu deputata dai re macedoni solo come necropoli reale: nella campagna (vista dal teatro) sono testimoniate tombe a tumulo datate dal X al II secolo a.C. I ricchi corredi si trovano nel Museo: tombe del Grande Tumulo. In particolare resti e reperti della tomba IV con le colonne doriche, l’ heroon, come pure della tomba I, detta di Persefone, e della tomba II o cosiddetta di Filippo II; ed ancora tomba III, o del Principe. Le tombe hanno restituito numerosi oggetti in avorio, oro e argento e importanti testimonianze della grande pittura greca come il ratto di Persefone e la Caccia al leone con Filippo II e Alessandro Magno, opere che sono da considerarsi ragguardevoli testimonianze dello splendore e raffinatezza dell’arte pittorica ellenistica; rimarchevoli le stele funerarie spesso in marmo (fine V e IV secolo a.C.), recano evidente il segno di botteghe locali già evolute ed ispirate dalla scultura attica.
Dell’abitato si è potuto vedere ciò che resta del teatro dove fu ucciso Filippo II nel 336 a.C. e del palazzo reale (fine IV sec.a.C.) edificato in una posizione eccezionale, sia per il panorama, sia per la sicurezza che il luogo offriva sulle pendici settentrionali dei monti della Pierìa. Dalle evidenze archeologiche si pensa che il palazzo a due piani in diversi stili (dorico e ionico) dipinto a brillanti colori in blu scuro e rosso e la decorazione scolpita, doveva costituire non solo un eccezionale spettacolo, ma anche un chiaro segno della potenza reale.




Olyntos e Perdicca
Inizialmente nella Calcidica dovevano abitare tribù tracie che in epoca storica si stanziarono dalla fine dell’VIII secolo a.C., così nel cuore della penisola – nella Bottike – si erano stabiliti i Bottiei, tribù greca costretta dai Macedoni ad abbandonare la loro culla di origine; dopo la distruzione ad opera dei Persiani (479 a.C.) fu consegnata ai greci Calcidesi, con un abitato nella Collina Meridionale. Nel 432 a.C., su consiglio del re macedone Perdicca II, gli abitanti delle città costiere lasciarono la Lega Ateniese e, per maggior sicurezza, andarono a vivere a Olyntos.
Iniziò così il suo periodo di splendore (432 a.C.) che si concluse con la conquista e distruzione da parte di Filippo II nel 348 a.C. ponendo fine alla storia autonoma di una grande polis, animatrice della Lega Calcidica che rappresentava una reale alternativa alla Macedonia per quanto riguardava l’assetto politico della Grecia settentrionale. Vi fu lasciata una guarnigione.
L’abitato sulla Collina Settentrionale (432-348 a.C.) presenta un impianto con strade ortogonali (ippodameo) che individuano isolati; in ciascuno 10 case, a due piani, con muri in comune: simile a case a schiera. La casa tipica è quella a pastàs, con un portico su un lato del cortile interno, schema che si ripete similmente in tutta la città. I mosaici erano realizzati con ciotolini di mare bianchi e neri e non con tessere di marmi colorati.
Si sono visitati alcuni di essi: Isolato A, V, dove l’abitazione presenta servizi con vasca da bagno; nell’isolato A, VI, l’abitazione presenta un vano con mosaico di Bellerofonte con Chimera attualmente coperto; si è visitato l’area dell’Agorà che presenta un sistema fognario; analogamente nell’isolato A, VI, dove vi è un’abitazione con due cisterne. In questo caso i singoli edifici erano fiancheggiati da un vicolino lastricato che copriva la canaletta per la raccolta delle acque piovane e di scarico delle abitazioni. In esse erano presenti anche magazzini e/o negozi: vi si svolgevano attività commerciali. Il muro più esterno coincideva con le mura difensive dell’abitato ed il tutto suggeriva caratteri tipici di un ceto medio di piccoli proprietari terrieri che si esprime in forme egualitarie, pensato quindi a non ampliamenti residenziali nel tempo: se gli abitanti crescevano erano invitati ad uscire dalla città e trasferirsi in altro abitato se non erano disponibili al momento abitazioni.

Pella
Ancora nella seconda metà del V secolo a.C. Pella era un modesto borgo sulla sponda del fiume Loudiakè; solo alla fine del secolo o agli inizi di quello successivo si colloca l’avvenimento che fece cambiare volto all’intero territorio: la fondazione di una città a pianta ortogonale e la costruzione di un palazzo perfettamente iscritto nel tessuto urbanistico dell’abitato; si ebbe contemporaneamente il trasferimento delle attività amministrative a Pella dalla antica capitale Aigai. Pella in quel tempo si affacciava su un’ampia laguna collegata al Golfo Termaico. Dopo la morte di Alessandro Magno conobbe il suo maggiore splendore e divenne il più importante centro politico, economico e culturale della Grecia nell’epoca tardo-classica e in tutto il periodo ellenistico, fino al 90 a.C. quando un disastroso terremoto la danneggiò tanto da perdere importanza a vantaggio di Salonicco.
Sulla tratta della via Egnazia che da Durazzo portava via Salonicco a Costantinopoli durante il periodo augusteo conobbe un breve periodo di ricrescita ma fu presto abbandonata e gli abitanti del territorio convissero fino ad oggi con le vestigia degli antichi splendori.
L’impianto è tipico Ippodameo suddividendo il terreno tra la collina settentrionale e le sponde del lago in isolati occupati da abitazioni di forma regolare con fronti di 45-47 m e lunghezza, per quanto riguarda la parte scavata, da 11 a 152 m.
Sono presenti sistemi di adduzione d’acqua e di scarico, ben progettati ciò testimonia l’alto tenore di vita cittadina.
La maggior parte delle case è del tipo a peristilio con colonnato con uno o due cortili. Gli spazi abitativi erano organizzati nella parte posteriore del cortile e spesso anche al secondo piano.
I pavimenti musivi delle case presentano grande varietà tematica e perfezione tecnica, dimostrano l’esistenza nella capitale macedone di una bottega organizzata per la fabbricazione di mosaici. Questi erano realizzati con pietre naturali (ciottoli) connesse con calcina fatta di sabbia, calce e tegole polverizzate. I contorni delle figure sono definiti da piombo fuso o da tegola cotta: Anche gli intonaci erano curati e policromi in uno stile oseremmo dire pompeiano del primo tipo.
Diverse le case che si sono visitate con ricchi mosaici: casa di Dioniso, della caccia al leone, del ratto di Elena, della caccia al cervo.
L’agorà è tra le più ampie del mondo greco, più centro commerciale che politivo. A nord di quest’ala è stato rinvenuto un santuario identificato con il Metròon, il principale santuario civico.
Le dimensioni del palazzo reale, che si estende su una superficie di oltre 60.000 m2 (cinque volte il palazzo di Aigài-Veghina), occupando la cima ovest della collina nord in posizione dominante la città, ci dicono di in centro politivo-amministrativo di enorme peso. Costituito di diversi blocchi con cortili collegati con scale e corridoi, presentava fortificazioni, un complesso termale con piscina e una palestra. Molte parti sono state oggetto di studi parziali e denotano ampliamenti forse non del tutto compiuti.



Lefkadia
Il sito archeologico presso la moderna Lefkàdia è uno dei più interessanti di tutta la Macedonia per la presenza di una serie di tombe monumentali che conservano gran parte della loro decorazione dipinta. Come la maggior parte delle tombe sotterranee macedoni, originariamente erano coperte con un tumulo di terra alto sul
livello della campagna di forma circolare; le tombe sono del tipo a due camere con soffitto a volta a botte e una facciata maestosa la cui altezza eccede quella del soffitto interno. In particolare due sono significative.
Tomba del Giudizio (ultimo quarto IV-inizi III sec. a.C.), con facciata che ricorda una costruzione a due piani e 4 pitture che
raffigurano il defunto (nobile militare macedone), Hermes psicopompo, i giudici infernali Eaco e Radamante. Le pitture sono poste negli spazi intercolumnati a lato dell’ingresso; al di sopra una trabeazione con metope dipinte e triglifi che sottende un fregio continuo a rilievo in stucco e raffigura una battaglia tra fanti e cavalieri; il piano superiore dell’edificio è indicato da una serie di porte finte intercalate da 6 colonnine ioniche. Il tutto doveva essere sormontato da un timpano. Le pareti all’interno sono dipinte
Tomba delle Palmette (prima metà III sec. a.C.), appare nella facciata come un tempietto ionico con 4 colonne sormontate da trabeazione con un fregio con alla sommità un frontone timpanato coronato da tre palmette; nel timpano (parte triangolare interna del frontone) il soggetto della pittura rappresenta una coppia, reclinata come in un banchetto, costituita da un uomo maturo e da una donna. L’interno non visitabile era dipinto nelle pareti e nei soffitti. Fu saccheggiata ma ha dato alcuni resti di decori in avorio


EDESSA e MIEZA
EDESSA era una città antica erroneamente ritenuta la prima capitale dei Macedoni IV-VI sec. d.C., e si sviluppò nel IV secolo a.C., articolata in una acropoli e una città bassa, entrambe fortificate.
Nella città bassa nelle fortificazioni sono ancora visibili i fori dei pali delle porte di accesso alla città, datate al IV secolo a.C. e integrate nelle epoche successive. Lungo la via principale la maggior parte delle costruzioni è datata al IV-VI secolo d.C.; dalle evidenze archeologiche si può dedurre che alcuni erano adibiti ad alloggi militari; vi era poi blocco residenziale con bottega, atelier artigianale, stanze residenziali, tra cui un soggiorno e un ambiente dedicato probabilmente alle attività domestiche. In una colonna di un porticato, più antica e riutilizzata, sono visibili 17 iscrizioni (datate tra il 211 e il 267 d.C.). Le evidenze di scavo ci dicono che doveva esserci anche un edificio pubblico con funzioni di magazzino.
Nymphaion (IV secolo a.C.) di Mieza
La più antica testimonianza epigrafica della città macedone si trova nell’elenco dei magistrati di Delfi (230-220 a.C.) dove è menzionata tra Vèria ed Edessa. La maggior parte degli studiosi greci ritiene che il sito dell’antica Mieza sia da collegare all’attuale Lefkandia e alle tombe che qui sono state rinvenute.
Ma le fonti più antiche citano la località dove Alessandro Magno si formò durante la sua adolescenza sotto la guida di Aristotile
Fin dall’età di sette anni Alessandro fu istruito da una mezza dozzina di educatori maschi, in compagnia di altri ragazzi dell’aristocrazia macedone, tutto quello che un Ateniese colto doveva conoscere e praticare: ginnastica per il corpo (lotta, corsa, lanci, salto in lungo), musica, poesia. Più tardi imparò a leggere, scrivere e contare sull’abaco. Dai dieci ai quattordici anni Alessandro apprese l’arte dell’equitazione, l’arte di accudire i cavalli, di dominarli.
Nel 343-42 fu appunto affidato al Nymphaion di Mieza (vicino a Pella), una specie di vivaio di governatori e ufficiali. L’innovazione di Filippo fu di far venire a sue spese Aristotele. Come nei corsi superiori di lettere o di cultura generale, egli si rivolgeva solo agli adolescenti. Durante le sue lezioni secondo le fonti (Plutarco) Alessandro ha approfondito il senso politico e morale delle epopee omeriche, studiato i versi dei lirici greci e dei tre grandi tragici ateniesi, botanica, medicina empirica e assistito all’elaborazione della Metafisica. (343/342-340 a.C.)
Questa formazione lo aiuterà a portare avanti il progetto di conquista verso l’oriente consolidando la sua posizione di re e comandante.




Dion
Ai piedi del complesso montuoso del Monte Olimpo si trova una vasta area definita “il luogo di Zeus” (questo è il significato del nome Dìon), dove un antichissimo santuario dedicato a Zeus Olimpio e alle Muse delle sorgenti doveva esistere già verso la fine dell’VIII secolo a.C., quando i montanari Macedoni conquistarono la pianura di Pierìa.
Il primo sacrificio in onore di Zeus fu celebrato dal re Archelao, che istituì anche concorsi teatrali per le Muse, tradizione rispettata da tutti i re e soprattutto da Filippo II, che a Dìon festeggiò con un banchetto la presa di Olinto nel 348 a.C. e da suo figlio Alessandro che, raccoltovi il suo esercito alla vigilia della partenza per l’Asia nel 334 a.C., celebrò una festa in onore di Zeus e delle Muse.
Questo santuario fu dunque il più antico luogo di riunione dell’esercito macedone, da dove partivano e si concludevano, con cerimonie trionfali di significato purificatorio, le campagne militari.
Vittorioso al Grànico nell’estate del 334 a.C., Alessandro dedicò proprio a Dìon le statue di bronzo dei 25 hetàiroi a cavallo, opera di Lisippo.
La cinta muraria è datata all’epoca di Cassandro (316-297 a.C.), ma le rovine attuali corrispondono all’immagine che offriva la città negli anni intorno al 200 d.C.
Nel 146 a.C. Q. Cecilio Metallo, detto Macedonico per aver assoggettato definitivamente i Macedoni, trasportò il gruppo del Grànico a Roma e lo fece collocare in Campo Marzio.
A Dion un periodo di grande fioritura iniziò con la fondazione sui resti della città macedone di una Colonia Iulia Augusta Diensis per opera di Augusto, e raggiunse il suo culmine nella tarda età antonina e in età severiana, prima che l’abitato, divenuto sede vescovile nel 346 d.C., soccombesse ai Visigoti di Alarico.
Nell’abitato vi sono extra urbani come il santuario di Demetra; poi ancora il santuario di Zeus Hypsistos (quello con l’aquila nel sacello) con il grande altare e il santuario di Iside; a parte teatro ellenistico. In città lungo il Cardo maximus si trovavano botteghe e latrine, l’ odeon, le Terme Grandi, il foro con una Basilica poi riutilizzata in epoca paleocristiana. Le mura includevano probabilmente uno scalo portuale lungo il fiume che segnava l’andamento delle mura sul suo lato sud-est, che consentiva di arrivare in città risalendo la corrente dal mare, distante nell’antichità circa 1,5 km (oggi 6 km circa).
Nel Museo: statue provenienti dalle diverse aree della città, interessante ciò che resta di un organo idraulico datato al I secolo a.C.




Anphipolis
Nel 437 a.C., in una posizione privilegiata e naturalmente fortificata a breve distanza dal mare, al crocevia di arterie stradali, tra un grande fiume navigabile, lo Strymòn, e il monte Pangeo, con un territorio ricco di metalli preziosi e di legnale utile per la costruzione di navi, fu fondata da coloni ateniesi come snodo commerciale, questi però costituirono una minoranza nella composizione della sua popolazione (abitata da numerosi Ioni). Partecipò alle lotte tra Atene e Sparta e fu teatro della battaglia di Anphipoli nel 422 a.C.
Nel 357 a.C. diventò uno dei principali centri del regno di Filippo II. La posizione di città di confine tra Macedoni e Traci ne fece un potente centro militare, economico e cosmopolita. La città rimase importante anche in epoca romana (collocata lungo la via Egnazia) e cristiana. Fu sede della zecca reale, strade lastricate e sistemi di approvvigionamento e di scarico d’acqua rinvenuti sono
elementi probanti della sua buona organizzazione urbanistica.
Nella necropoli, secondo lo schema del Leone di Cheronea accolto nell’architettura funeraria macedone perfino a Ectanaba (Persia), all’altezza del ponte antico sul fiume Strymòn, statua del “Leone di Amphipolis”, ritenuto monumento funerario (IV sec. a.C.) eretto in onore dell’ammiraglio Laomedonte di Lesbo, compagno di Alessandro Magno; ultimamente si è ipotizzato che fosse il segnacolo della tomba a tumulo della collina di Kasta: in lontananza si ammira ancora gigantesca tomba a tumulo detta appunto di Kasta.
Museo: percorso cronologico dei resti della città e dei dintorni: dai periodi più antichi (età del Ferro) fino all’epoca bizantina.
Vi si trova una ricca collezione di gioielli rinvenuti nelle tombe.




Philippi
La città prese il nome da Filippo II che, nel 356 a.C., conquistò la colonia greca dell’isola di Thasos, Krenides, e le cambiò nome. Dopo un periodo di decadenza (età tardo-ellenistica), nel 146 a.C. rientrò nel dominio romano.
Con Ottaviano divenne un’importante colonia romana; due gli avvenimenti da ricordare: battaglia di Filippi nel 42 a.C. poi l’arrivo di San Paolo nel 49 d.C.
I resti archeologici appartengono fondamentalmente a due fasi
cronologiche: seconda metà II secolo d.C. e periodo paleo-cristiano.
Nell’abitato del periodo romano si trovano un teatro, raro esempio fondato nel periodo ellenistico – metà IV secolo a.C. -, la basilica A. cosiddetta prigione di San Paolo – in realtà una cisterna; si trova naturalmente il foro (II secolo d.C.), con curia, rampa, bacino per fontana, una tribuna centrale con rostri, bacino per fontana, tempio dedicato al culto degli imperatori. In un’area Ottagonale vi sono i resti di una chiesa di San Paolo del periodo paleo-cristiano.
Fondamentalmente la città è legata alla figura di San Paolo che la visitò e vi predicò nel 49 d.C.




