di Primo Levi
E’ un’opera straordinaria quella con cui Primo Levi ci porta nella straziante vicenda umana vissuta nei campi di sterminio nazisti da milioni di persone in una Europa infiammata dall’odio e dal razzismo. Un razzismo finalizzato alla totale soppressione di tutti quei diversi che non erano ritenuti degni di continuare a vivere, ovvero ebrei, zingari, omosessuali, malati e tutti coloro che erano ritenuti nemici del nazionalsocialismo hitleriano.
In Se questo è un uomo Levi racconta tutti gli eventi intercorsi da quando – in quanto ebreo – è catturato dai nazisti fino a quando viene liberato dall’esercito russo. Una fase della sua vita in cui viene trascinato nella brutalità più inimmaginabile.
E’ in questo inferno dove l’umiliazione, la schiavitù, la fame, la vergogna sono gli strumenti per il totale annientamento degli esseri umani che Levi ha osservato con la meticolosità dello scienziato ogni cosa, il campo, i nazisti, i servi del nazismo, i deportati, fino a rendere conto a noi posteri, con questa opera scritta tra il 1945 e il 1947 che è da considerare senza ombra di dubbio di importanza fondamentale diventando uno dei documenti più completi sulla Shoah.
La Shoah ha segnato una linea di confine, posta come spartiacque tra il prima e il dopo, tra il dentro i campi recintati dal filo spinato e il fuori, il cambiamento, dove nulla sarà mai come prima, non lo potrà più essere. Con la testimonianza di Primo Levi ne abbiamo la certezza.
Primo Levi ci mette di fronte un testo toccante, profondo, che esplora un universo parallelo, quello delle ombre alimentate dalla crudeltà, dal senso di superiorità, dal volere tutto che il nazismo ha perseguito fin dal 1933.
Mentre si trovano lì, umiliati e schiavizzati, violentemente derubati anche della propria identità, i deportati non conoscono più il senso del tempo se non quello che sta tra i ritmi della giornata che è uguale a quella di ieri e sarà identica a quella di domani, salvo che nella negazione di umanità domani sia il giorno in cui il tuo destino è il gas. Anche il senso dello spazio è diverso, dai minimi spazi delle baracche in cui sono pressati i prigionieri, ai larghi confini delle spianate di terra in cui sono costretti a marciare per ore.
La storia di Primo Levi, che diventa la storia di tanti, a partire dalla deportazione, narra un viaggio forzato durato 15 giorni in condizioni talmente disumane da straziarci il cuore. Poi l’arrivo ad Auschwitz dove inizia un processo di spersonalizzazione della identità, personale e comunitaria, famiglie separate, la sostituzione del nome con il tatuaggio di un numero sul braccio, la confisca di ogni oggetto personale, la rasatura dei capelli.
Il campo è organizzato secondo gerarchie tra prigionieri che sono sottoposti a turni di lavoro insopportabili in condizioni in cui si lotta con le unghie per la sopravvivenza, ben sapendo che l’umiliazione, l’annientamento della dignità sono propedeutici all’annientamento totale dell’essere umano e alla sua morte nelle condizioni più atroci.
Troviamo pacatezza nel narrare vicende terribili, l’autore non ci vuole spaventare , vuole in assoluto che ci poniamo delle domande, cercare una spiegazione alla causa che ha spinto degli esseri umani ad annullare individualità, personalità, esistenza di loro simili.
Questo libro ci tocca il cuore, lo strazio di cui leggiamo diventa il nostro strazio, il dolore si fa potente e ci rende consapevoli che nulla può essere cancellato. Ma anche la sorpresa che pur in questa drammatica situazione dove il male perverso prevale su tutto infliggendo solo dolore, Primo Levi abbia voluto trovare un po’ di bene, interpretando piccoli gesti tra deportati, piccole attenzioni come lasciare un po’ di zuppa in fondo alla gamella per un compagno di prigionia o farsi coraggio a vicenda in una testimonianza che sarà un’analisi filosofica della ricerca dell’individuo.
Primo Levi ci dirà di essere stato fortunato, più volte durante la detenzione e poi per essere liberato nel 1945, ma mai potrà sopravvivere, uscire da Auschwitz con le proprie gambe non sarà in realtà uscire da quel campo perché gli è entrato dentro e resterà un punto di non ritorno durante tutta la sua esistenza.
Prevarrà dolore nella lettura, compassione e speranza che nulla di ciò possa essere di nuovo. O almeno che questa opera possa scardinare il negazionismo serpeggiante.
Maria Rosa