Ilaria Tuti, nata a Gemona del Friuli nel 1976, pluripremiata per i racconti gialli e fantasy pubblicati in riviste ed antologie, ha esordito nella narrativa con una serie di thriller da cui sono stati tratte alcune serie televisive. Dal 2020 ha altresì pubblicato alcuni romanzi storici ambientati durante la Grande guerra e con Risplendo non brucio – ambientato nel 1944 – apre un nuovo filone. Costruisce una storia coi tratti del thriller storico, investigativo, con un indirizzo esistenziale per far emergere il tema della memoria e del trauma. Il libro segue la storia di due protagonisti: Johann Adami, medico patologo internato nel campo di concentramento di Dachau per le sue posizioni contro il nazismo e sua figlia Ada, medico, che vive ed esercita a Trieste, vicino alla Risiera di San Sabba, in condizioni disperate.
L’impianto narrativo altamente stratificato, affronta fatti storici alternando l’orrore dell’internamento nei campi nazisti con le sofferenze della resistenza.
Mentre il patologo viene temporaneamente convocato dalle SS nel castello di Kransberg, dove Hitler si è rifugiato dopo il fallito attentato, per fare luce sulla morte sospetta di un ufficiale tedesco in un cointesto di paura, terrore, follia, la figlia Ada a Trieste combatte ogni giorno in una città devastata dalla violenza dell’occupazione nazista e dalla miseria prestando soccorso ai malati, ai feriti, alla povera gente e si ritrova ad assistere al ritrovamento di corpi di giovani donne uccise brutalmente. Il luogo del ritrovamento è nei pressi della Risiera di San Sabba, campo di concentramento italiano con forno crematorio e Ada non si risparmia per far luce sulle responsabilità e individuare l’assassino mettendo a repentaglio la propria vita.
L’autrice tiene la tensione della narrazione, distribuisce i capitoli alternando i due protagonisti, uno razionale che si scontra con ciò che vede nel castello che diventa simbolo del terrore, un labirinto che cattura la mente, l’altra piena di azione mossa dalla passione, donna resiliente che vuole salvare pur nel dolore, provato, politico e sociale, che la invade.
Il tema del libro è la resistenza dell’individuo che non intende abbandonare la propria umanità, oltre che della resistenza armata. Tocca il tema storico senza fare sconti e ci obbliga a riflessioni sulla storia, sulla fragilità, sulle barbarie, ricostruendo la condizione di Trieste occupata. L’autrice ha magistralmente operato ricostruzioni e dinamiche del periodo e della condizione di quella zona di confine. E lo fa facendo parlare il corpo, dei vivi e dei morti, e il sangue e lo fa con gli occhi dei due protagonisti che sono medici, grande mediazione tra orrore e cura.
Vi avviso, è un romanzo potente, quasi necessario in questa epoca di conflitti, sofferenza, oppressione, derive e rigurgiti, dove è essenziale il concetto di resistenza, che va vissuto risplendendo di dignità, coraggio, umanità.
Maria Rosa

