Straniera di Sergej Dovlatov è un romanzo ambientato negli anni Settanta a New York, in un microcosmo come quello della comunità russa.
Come nella migliore tradizione letteraria russa i personaggi ritratti sono molti, ironici, contraddittori, vivaci. La straniera del titolo è Marusja Tatarova, giovane ebrea di Leningrado, figlia di due rappresentanti della nomenklatura, quindi una privilegiata che decide di emigrare più per noia e per capriccio che per altro.
New York le propone nuove esperienze, mille lavori da provare e lasciare, corteggiatori, un amore. La sua storia si sviluppa in questo quartiere surreale che conserva, oltre alla lingua d’origine, mille abitudini e tradizioni in un confronto costante con la società americana.
Dovlatov riversa ne La straniera un po’ della propria esperienza di emigrato e lo fa con un approccio ironico e sarcastico, i personaggi sono presi di mira e l’autore sa mostrare la sua verve comica con dialoghi surreali e molte caricature. C’è da ridere leggendo questo romanzo, una piccola profonda commedia che coinvolge il lettore nelle storie del quartiere, nei pettegolezzi orecchiati al bancone di un bar e un po’ di nostalgia dove pervade un senso di sopravvivenza della propria identità. E Mausja Tatarova è alla ricerca di sé, ne sono testimoni le ripetute disavventure sentimentali.
Marusja Tatarova è una figura simbolica che si articola in una serie di linee interpretative precise: per lei l’emigrazione è volontaria, una scelta frivola che sottolinea la libertà di poter esplorare la vita. Dovlatov la rende protagonista con una doppia natura, è soggetto del vivere ma è anche vulnerabile per le scelte di vita, essere umano che è comunque straniero, in patria e nel mondo.
“La Centottava Strada è la nostra arteria principale. Da noi ci sono negozi russi, asili, fotografi e parrucchieri russi. Abbiamo avvocati russi, scrittori, medici e agenti immobiliari russi. Abbiamo gangster russi, matti e prostitute russe. Abbiamo persino un suonatore cieco russo. Da noi gli abitanti del posto sono pressoché considerati stranieri. Se sentiamo parlare inglese, ci mettiamo subito in guardia.”
Maria Rosa

