Keita Miyazaki

The garden of Vanities

​ ​Il fascino di riprodurre opere d’arte è da sempre per me una sfida che raccolgo con entusiasmo e curiosità: riuscire a leggere ciò che l’artista ha meditato di esprimere attraverso le proprie opere ed contemporaneamente voler riportare nell’immagine l’impatto emotivo che l’opera dell’artista ha suscitato in me sono due mondi che si confrontano e dialogano, in particolare se il contesto espositivo è avvincente.
Così mi sono posta difronte alle opere che dal 15 novembre 2025 al 22 febbraio 2026, Palazzo Tozzoni ospita ne The garden of vanities, la nuova mostra che Imola Musei dedica all’artista giapponese Keita Miyazaki (1983).
Le sue sculture, realizzate con scarti di parti meccaniche di veicoli e origami di carta o pannolenci multicolori si insinuano tra gli arredi storici della casa museo, creando un percorso di surreali assonanze, dove passato e contemporaneità futuristica ma fragile si confrontano.
La mostra, promossa dal Comune di Imola – Imola Musei in collaborazione con la galleria Rosenfeld di Londra, a cura di Diego Galizzi e Riccardo Freddo, offre un percorso immersivo in cui il contrasto tra bellezza e decadenza si trasforma in un’esperienza unica.
La cultura giapponese con le sue forti contraddizioni stempera lo shoc di fronte alla potenza della natura come per lo tsunami del 2011 e la visione delle carcasse e dei pezzi meccanici nei paesaggi devastati dal fango ha generato le riflessioni di Miyazaki, che ha eletto le sue sculture a simbolo di una società industriale che dimostra tutta la sua vulnerabilità.
L’artista Keita Miyazaki vive e lavora tra il Giappone e il Regno Unito. Dopo aver studiato all’Università delle Arti di Tokyo e al Royal College of Art di Londra, ha sviluppato un linguaggio visivo riconoscibile. Le sue opere sono state esposte in musei e gallerie internazionali, tra cui Victoria and Albert Museum, Centre Pompidou, Palais de Tokyo, Jameel Arts Centre, e fanno parte di collezioni prestigiose come la Fondazione Benetton, il Mori Arts Centre e la Daiwa Foundation.
Ho aperto questa mia dissertazione accennando alla fascinazione della riproduzione fotografica dell’opera dell’artista ma questa volta mi sono trovata di fronte ad una serie di soggetti dove i colori degli origami colti con una macchina fotografica mutavano a volte in modi inattesi a seconda della posizione in cui ci pone: la luce artificiale della mostra spostava la gamma cromatica dalla dell’occhio umano ad una più variegata, implementata dal processore digitale dello strumento di ripresa. Alla luce naturale solare questo fenomeno si dissolveva. Questa visita è stata un unicum personale: cambiando natura della luce incidente, e quindi la sua temperatura colore, si muta la luce riflessa all’interno dello spettro visibile e così quest’evento espositivo è stato anche un’avventura fotografica!