quanto da leggere degli autori del Novecento! Autori da scoprire.
Se si parla di una città che racchiude la storia del Novecento per il sogno di felicità che rappresenta, sappiamo che si tratta di New York. L’East Side, Harlem, Times Square, il Greenwich Village non sono solo luoghi, sono legati strettamente alle persone che ci hanno voluto vivere e come scrisse F.S.Fitzgerald “NY non è la città di chi ci nato ma di chi l’ha desiderata e ha dovuto combattere per farne parte”. In New York stories – un libro edito da Einaudi nel 2015 – curato da Paolo Cognetti – sono raccolte novelle e brevi racconti ambientati a NY di grandi penne della letteratura e del giornalismo internazionale che lì hanno vissuto in tempi diversi del Novecento. Accanto ai nostri Fallaci e Soldati e ai grandissimi Fitzgerald, Capote, Miller, Wolfe compare la mitica Dorothy Parker.
Vorremmo parlarvi di questa giornalista e scrittrice, poetessa e sceneggiatrice americana (nata Rothschild – nel 1893) che iniziò la sua carriera nel 1914 scrivendo per Vogue e per Vanity Fair e che dal 1925 collaborò con il New Yorker. Personaggio affascinante, scrittura raffinata, snob quanto basta. I suoi racconti sono piccoli capolavori; attraverso la descrizione di ambienti, situazioni, persone sferra un attacco ai conformismi e ai pregiudizi sociali attraverso la costruzione di piccoli camei, descrive la vita della borghesia americana degli Anni Venti e Trenta del Novecento, tra mediocrità e ipocrisia della middle class. Troviamo tutto questo nei suoi piccoli racconti, pagine di colore e società, pubblicate sulle patinate riviste americane.
E se Cognetti nella antologia curata per Einaudi inserisce il racconto “La bella bionda”, ritenuto uno dei suoi migliori testi, per introdurvi a Dorothy Parker vorremo segnalare la brevissima storia che si intitola “Composizione in bianco e nero” che peraltro apre la raccolta intitolata “Eccoci qui” edito da Astoria nel 2013.
“La donna con i papaveri di velluto rosa che facevano corona sui capelli dorati, non del tutto naturali, attraversò il salone affollato con un’andatura che destava un certo stupore, una combinazione di saltelli e passi sghembi e agguantò il braccio scarno del suo ospite”.
Già l’incipit ci porta a immaginare una scena che in più occasioni ha mostrato anche il cinema: ampi saloni per le feste nelle serate newyorkesi, mise alla Betty Grable (attrice che interpretò la spumeggiante Marzo in Come sposare un milionario nel film del 1953 diretto da Jean Negulesco), una classe media che la sera si riunisce per far sfoggio di toilette alla moda e chiacchiere. In questo racconto la protagonista con i papaveri sui capelli è molto emozionata e interessata a essere presentata al cantante che allieterà la serata, un certo Walter Williams. E’ arrivata alla festa senza il marito rimasto a casa sfinito dal lavoro (ce lo possiamo immaginare sul tipo di Jack Lemmon nella sua interpretazione nel film Non per soldi ma per denaro di Billy Wilder?). Prima di uscire di casa aveva rassicurato il marito, “sono pazza di Williams, e quando canta! Buon per te che è nero”. Continuiamo a immaginare Betty Grable che per tutta la sera si aggancia al braccio del suo ospite e lo tormenta per poter essere presentata a questo artista emergente ma di colore.
Prende corpo così una escalation di piccole frasi, chiare allusioni, dietro il suo atteggiamento “di voler conoscere ma……” si cela uno dei pregiudizi più diffusi nell’America di quegli anni. Il razzismo nelle mezze frasi, le allusioni alla tata nera, è un vero artista ma…. Non si dovrebbero avere pregiudizi nel conoscerlo, certo che la gente è meschina, ma come canta quell’uomo…..dovrei forse stringergli la mano? (questa detta con una certa apprensione). I dialoghi tra i protagonisti sembrano innocui, con ironia la Parker ci mostra uno spaccato della società americana.
Arriviamo al termine del racconto con la certezza che Dorothy Parker avesse trovato il modo di parlare alle stesse protagoniste dei suoi racconti delle loro ipocrisie e delle contraddizioni. Ironica, graffiante, con una critica feroce seppur raffinata, scrisse anche per il cinema diversi film tra cui Sabotatori di Aldred Hitchcock e Il Ventaglio di Otto Preminger e la sceneggiatura del film “E’ nata una stella” per la quale era stata nominata all’Oscar.
Non ebbe una esistenza facile. Soprattutto per il suo impegno politico, patrocinò la nascita della Lega antinazista negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta il maccartismo la bollò come comunista dedita ad attività antiamericane, messa sotto inchiesta dell’FBI finì nella lista nera di Hollywood.
Dispose che alla sua morte (avvenuta nel 1967) tutti i suoi averi passassero a Martin Luther King che li ha lasciati al The National Association for the Advancement of Colored People.
Possiamo chiudere ricordando l’epitaffio che lei stessa aveva lasciato “Scusate se faccio polvere” o rammentarla con un brano tratto dal racconto Consigli alla piccola Peyton “Lentamente incurvò le spalle e il suo corpo sottile e delicato parve afflosciarsi, privo di ossatura. Poggiò le braccia sulla scrivania e vi nascose il viso, scuotendo la testa da una parte all’altra, mentre le onde ordinate dell’acconciatura si scioglievano scomposte. La stanza parve scivolare nell’ombra, come per ritrarsi dai suoi singhiozzi”.
E come dicono al cinema Dissolvenza!
(maria rosa)