Sono reduce da un lungo periodo di fitte letture alla spasmodica ricerca di autori che non ho mai incontrato con la voglia di esplorare generi a cui mi sono avvicinata poco e ricercare lo spirito narrativo di un autore anche nei libri scritti nelle fasi della sua esistenza.
E’ il caso che mi fa imbattere nell’ultimo libro di Paul Auster di cui tempo fa avevo letto Trilogia di New York. Scrittore newyorchese che ha cristallizzato la sua idea di letteratura negli anni Ottanta, rifuggendo dal minimalismo chic del memoir che dilagava, ha regalato romanzi carichi di emotività, ricchi di dettagli e storie complicate inanellando coincidenze a trame avvincenti, pura narrazione di una città NY come non ce la saremmo mai immaginata, mi trovo ora di fronte a qualcosa di estremamente diverso, quasi luminoso. Non vedo labirinti della vita, non trovo ombre da decodificare, trovo in Baumgartner un appassionato romanzo che conquista.
Parla di morte e di ricordo. Il protagonista -Seymour Baumgarner – è un anziano professore di Princenton, autore di saggi, rimasto solo dopo la morte della moglie avvenuta dieci anni prima che dedica il suo tempo alla quotidianità, un po’ distratto, un po’ insofferente con i suoi pensieri, abitudini, le frasi dette a bassa voce e i piccoli incidenti domestici, parole sussurrate per chi non è più nella sua vita, e con i ricordi.
Il vecchio Baumgartner siamo noi, individui che fanno i conti con l’assenza, in questo stupendo romanzo pieno di poesia.
Maria Rosa

