Andy Warhol

14 marzo – 19 luglio 2026.
La mostra organizzata a Palazzo dei Diamanti a Ferrara in occasione del 50° Anniversario di un altro evento culturalmente fondamentale per la sede espositiva: nel 1975-76 si ospitò qui “Lady and Gentlemen”, prima esposizione europea delle opere di Andy Warhol dando lustro così alla sede ferrarese appena restaurata come polo espositivo di arte contemporanea.
Fu un’iniziativa coraggiosa visto i temi scottanti trattati (ritratti di drag queens) con tecniche che nell’arte erano poco consolidate come l’uso dei colori acrilici appena messi in commercio e scatenò una inenarrabile serie di critiche nel migliore dei casi stupite e nel peggiore stroncature per moralistici o tecnici appunti: oggi una sala della mostra è dedicata alle riproduzioni di pagine delle principali testate giornalistiche italiane che riportano i più strampalati commenti.
Warhol è una personalità complessa per vissuto e tratto psicologico, un uomo che la vita spesso l’ha subita e che trova nelle proprie opere una via per registrare, dopo una maniaca attenta osservazione, la società americana, consumistica e fagocitatrice di cose e persone: non da giudizi ma narrazioni, utilizzando registri – colori e forme – che il pubblico gradisce sentire, da pubblicitario quale era stato inizialmente per pagarsi vitto e alloggio, appena uscito dall’Accademia dei belle arti di Pittsburgh, sua città natale. L’opera d’arte per Warhol è un prodotto anche essa di consumo presentata ai fruitori al meglio e l’autore in un’intervista, riprodotta nel percorso espositivo, si definisce appunto apolitico.

La mostra segue le tappe della radicale reinvenzione del ritratto tradizionale operata da Warhol prendendo a prestito i codici della comunicazione di massa, l’estetica tecnologica, gli idiomi del glam rock e della cultura camp, le immagini amatoriali scattate con una Polaroid, il linguaggio cinematografico e persino il reality televisivo: un antesignano dei format oggi scontati. Così, dopo le prime sale che sono una citazione per l’anniversario dell’evento del ’75, sono esposte le opere più conosciute di Warhol quali i ritratti di uomini e donne famosi spesso appesi su pareti tappezzate da carta da parati che ossessivamente riproducono ritratti: un allestimento che avvolge il visitatore in un’aura coinvolgente quanto doveva essere lo studio, la factory, celebre centro nevralgico della Pop Art a New York tra il 1962 e il 1968. Situato al quinto piano del 231 East 47th Street a Midtown Manhattan, lo spazio è passato alla storia come Silver Factory per via delle pareti rivestite in alluminio, carta stagnola e specchi, un’idea fantasiosa per nascondere la decadente condizione dell’edificio: non a caso l’ingresso alla manifestazione ha pareti rivestite di alluminio. Tra i frequentatori dello studio vi furono artisti (Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Salvador Dalí), musicisti (i Velvet Underground, Nico, Mick Jagger), scrittori e registi (come Gerard Malanga, Allen Ginsberg, Truman Capote), fotografi (Robert Mapplethorpe).
Un crogiolo di sensibilità artistiche che può considerarsi una della tappe più incisive nella storia dell’arte americana e mondiale.
Una piccola curiosità fotografica: negli anni fine ’60 inizi ’70 alcuni marchi di carta per la stampa fotografica in bianco e nero proposero al mercato della carte per stampa Bianco e Nero con supporto colorato verde o blu o rosso: la scrivente usò, con l’aiuto del padre fotografo, da ragazzina questi supporti che andarono di moda per qualche tempo sull’onda dei ritratti “colorati alla Warhol” poi la stampa a colori, come la intendiamo oggi, imperò.