Racconti dell’età del jazz

di F.Scott Fitzgerald

Siamo negli Anni Venti del Novecento, i ruggenti Anni Venti.  L’Europa è da poco uscita da una guerra terribile, e il mondo vive stravolgimenti unici in cui molta parte delle popolazioni si trova a fare i conti con una difficile sopravvivenza e si è da poco assistito alla fine delle grandi monarchie. Ma c’è una classe sociale che ha mezzi per vivere una dimensione surreale, fatta di divertimenti e feste in una America fremente e lunghi soggiorni in Costa Azzurra.

I quartieri alti si spostano in  branco, e tracciavano il percorso che sarebbe stato seguito da vacue fanciulle e giovanotti di buona famiglia, le prime nella corsa ad accaparrarsi un buon matrimonio e una posizione in società, i secondi per far soldi.

L’autore che più di tutti ha rappresentato nei suoi romanzi le note frizzanti di quell’epoca è senza dubbio Francis Scott Fitzgerald. Tra il 1920 e il 1922 pubblicò sulle riviste americane alcuni racconti che poi sono stati inseriti nella raccolta Racconti dell’età del Jazz.

Sono storie leggere, quasi sempre si parte dalla descrizione di una festa o di una serata, ma lo stile originale dell’autore ci fa quasi dimenticare la vacuità della trama per la descrizione di ambientazione e di personaggi che sono in grado di aprire un varco tra noi e una realtà ovattata, sulle note di questo nuovo ritmo musicale, ancora ignara della botta che quella casta riceverà di li da poco con la grande depressione, in cui i capitali andranno in fumo

Assistiamo ai fermenti e al divertimento di una giovane generazione che trova una ragione di vita nei ritmi di una esistenza riempita di futilità che rendono le giornate momenti di preparazione e di attesa del divertimento sfrenato, tra profumo di cipria e abiti di organza e di chiffon.

Fitzgerald ci consente di aprire un varco sul suo mondo e su una classe sociale che nasconde nella ricerca di un amore e di un divertimento la paura dell’essere umano, la morte.

Questi giovani ce li possiamo immaginare, ce li ripropone quasi identici nel suo romanzo Il grande Gatsby, la vacuità e la fragilità sotto le note di una musica quasi improvvisata sono piccoli ritratti dei tormentati anni del sogno americano in cui gli eccessi che la ricchezza offriva facevano vivere ad alta velocità.

L’autore conosceva bene queste dinamiche, era uno di loro, di quei protagonisti che creavano la propria fortuna, la sprecavano, la rimettevano insieme e ne faceva soggetto dei suoi racconti da cui riusciva a trarre una fortuna. Sapeva rappresentare situazioni realistiche, a volte oniriche in queste storie quasi sperimentali e diciamocelo, ancora una volta la schiera dei suoi lettori americani si aspettava solo questo, l’età della illusione.

Ma poi scopriamo un Fitzgerald che ha segnato un’epoca, una nuvola sperimentale che testimonia la ricerca di leggerezza, di magia, bisogno di tempi rilassati. Sotto i profumi, la musica e l’apparente felicità non sempre abbiamo un lieto fine, soprattutto per i personaggi maschili che risultano insoddisfatti, vittime delle loro compagne, certi di essere abbandonati non appena lo stato delle loro finanze non riuscirà più a mantenere alto il tenore di vita. Poi ci stupirà con una improvvisa diversa costruzione del personaggio femminile in cui la gioiosità non escluderà l’essere capaci di impegno e di sacrifici.

Così vi segnalo questa raccolta di racconti, e in particolare “Lo strano caso di Benjamin Button” (1922), “Oh, strega dai capelli rossicci!” (1921) “Quel che resta della felicità” (1920) e “Il diamante grosso come il Ritz” (1922).

Maria Rosa